“Kaisai do.
Facile dire Karate.
Facile dire pugno parata pugno. E ti devi ricordare di respirare, di inspirare, la posizione dei piedi, ginocchia flesse, addominale contratto, gambe a 45 gradi, dita chiuse, dita aperte, dita verso l’alto, avvicina il piede, piega il ginocchio. Urla un kiai quando serve. Veloce e lento, leggerezza e forza.
Tante tecniche per un solo movimento che deve essere fluido e preciso. Deve essere forte e veloce o lento, denso e intenso.

Non c’è spazio per altro se non per essere concentrato sulle mille cose che devi tenere a mente.
Non puoi pensare ad altro perché quando sali sul tatami e fai il saluto ai Sensei tutti i pensieri vanno lasciati fuori dal dojo.
Ed è liberatorio perchè è tempo per te stesso, tempo con te stesso. Tempo per crescere e per migliorare. Tempo per aiutare i nuovi compagni; tempo per imparare da chi ha percorso i tuoi passi. Tempo per guardare chi è più avanti di te e sentire la tua vocina che dice “Non ce la farai mai”. E invece ce la fai, quella tecnica che non riusciva arriva. E il tuo corpo va, quasi da solo. E ti senti più forte e fiducioso in te stesso. Più consapevole di quel sei e di cosa puoi fare.
E poi non potrai più fare a meno di quel dojo. Perché piano piano il kaisai do ti entra nella testa. E ti ritrovi a provare le tecniche mentre cammini o aspetti la metrò o sei in fila alla cassa del super.
Provate.
Anche una sola volta.
Non ve ne andrete più.”

un’allieva